In Cina, le operazioni di mining potrebbero presto essere soggette a maggiore supervisione: il governo ha infatti espresso preoccupazione per il consumo energetico di tale attività, in particolare per quanto riguarda l'estrazione di Bitcoin.

La scorsa settimana, Pechino ha inviato un "avviso di emergenza" per condurre alcuni controlli in data center che effettuano mining di Bitcoin e di altre criptovalute; secondo quanto riferito, ciò ha portato a non poche agitazioni.

L’editorialista cinese Colin Wu, conosciuto come "Wu Blockchain" su Twitter, si è tuttavia mobilitato per placare i timori della gente. A suo parere, questa notizia non avrà un impattato significativo sui miner cinesi nel breve termine:

"Ciò ha causato un po' di panico in Cina. Tuttavia, il governo cinese ha fatto sapere che si tratta di una semplice indagine. I data center sono difficili da usare per il mining di Bitcoin, sono maggiormente utilizzati per ETH e Filecoin."

Secondo PengPai, media di Stato cinese, l'avviso di emergenza sarebbe soltanto un'operazione di routine per il Beijing Municipal Bureau of Economy and Information Technology, allo scopo di creare un quadro più chiaro dei consumi energetici delle operazioni di mining a Pechino.

Non è chiaro se tali controlli saranno estesi su scala nazionale, o quali potrebbero essere le future ramificazioni. Tuttavia Yu Jianing, presidente di turno del Blockchain Committee of the China Communications Industry Associations, ritiene che con questo avviso il governo cinese abbia lanciato un segnale molto chiaro. A suo parere, data la forte emissione di carbonio di questo settore, "il futuro mining su blockchain sarà soggetto a una supervisione più rigorosa."

Tale previsione trova campo se si guarda alla Mongolia interna, la quale ha recentemente smesso di essere una mining hub: la Cina ha infatti vietato il mining di criptovalute nella regione, al fine di raggiungere i suoi nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni.

Il 14° Piano Quinquennale cinese delinea una serie di obiettivi per il periodo 2021-2025, tra i quali una riduzione dell'emissione di CO2 del 18% e dei consumi energetici del 13,5%.

Pechino non viene considerato un centro nevralgico per mining di criptovalute, poiché il prezzo dell’elettricità tende ad essere più alto rispetto ad altre regioni come Xinjiang e Sichuan.

I dati del Cambridge Bitcoin Energy Index, o CBECI, stimano che lo Xinjiang abbia rappresentato ad aprile il 35% dell'hashing power cinese e il 23% di quella mondiale.

Condizioni di mining più severe in Cina potrebbero avere effetti a livello globale: ricordiamo ad esempio il recente crollo di Bitcoin sotto i 50.000$, avvenuto in data 17 aprile a causa di un calo dell’hash rate nella regione dello Xinjiang.

Al tempo il noto analista Willy Woo aveva ipotizzato che "una whale con una conoscenza più approfondita degli eventi in Cina" avrebbe venduto i suoi Bitcoin prima che la notizia si diffondesse, citando un trasferimento di 9.000 BTC verso l'exchange Binance:

"Abbiamo appena assistito al più grande calo giornaliero dell'hash rate da novembre 2017. L'hash rate sul network si è praticamente dimezzando, causando il caos nel prezzo di Bitcoin.

Il blackout nello Xinjiang, una regione che rappresenta una porzione significativa del mining network di Bitcoin, era noto già prima del crollo del prezzo. Ecco una notizia locale, risalente al 15 aprile."