Gli investitori cinesi hanno trovato maniere alternative per accedere ai mercati degli asset digitali e prendere parte ad alcuni dei trend più redditizi del momento, nonostante Pechino abbia ufficialmente proibito il trading di criptovalute.

Il governo cinese ha vietato più volte le crypto nel corso degli anni: nel 2013 ha proibito alle banche di operare con criptovalute, nel 2017 ha bandito ICO ed exchange, e infine nel 2021 ha abolito trading e mining.

Nonostante ciò, come racconta l’investitrice “Lowell” a Cointelegraph, accedere alle criptovalute in Cina non è poi così difficile.

Cronologia dei divieti in Cina.

Lowell è una neolaureata e si autodefinisce una trader di criptovalute a tempo pieno. Aveva la possibilità di intraprendere una carriera nel suo campo di studi, ma ritiene che un lavoro "normale" non potrà mai eguagliare i profitti che è possibile ottenere con le criptovalute.

I divieti cinesi non sono sempre chiari o efficaci. Sebbene ad oggi sia il trading di criptovalute che le aziende crypto siano illegali, esistono canali alternativi che permettono ai cittadini cinesi di prendere parte al mercato globale.

I trader locali acquistano e vendono le loro criptovalute attraverso servizi peer-to-peer, su exchange centralizzati come OKX e Binance. Sebbene il Great Firewall cinese vieti l'accesso a tali piattaforme, molti utenti dispongono di una VPN per aggirare i blocchi e utilizzare i siti web di cui hanno bisogno.

Gli investitori cercano opportunità lucrative anche nella DeFi, utilizzando bot o assumendo studenti per “farmare” gli airdrop: per alcuni, questa è quasi diventata una professione.

Le criptovalute non sono del tutto illegali in Cina

Si dà il caso che le criptovalute non siano del tutto illegali in Cina, spiega Robin Hui Huang, professore di diritto presso la Chinese University of Hong Kong. Anche il trading rientra in una zona grigia:

“Le persone possono detenere criptovalute in Cina. Possono anche scambiare crypto in cambio di altre proprietà, ma queste transazioni non sono protette dalla legge: in altre parole, se la controparte viola il contratto, non è disponibile alcuna protezione legale.”

Se da un lato la legge non tutela queste transazioni, dall'altro non le vieta. Pertanto i privati sono liberi di scambiare criptovalute se si accordano reciprocamente e rispettano i loro impegni, spiega Huang.

Al di fuori della Cina circolano voci – alimentate da importanti crypto-opinionisti, come il founder miliardario di Galaxy Digital, Mike Novogratz – secondo cui Pechino starebbe pianificando di revocare i divieti sulle criptovalute.

Pechino pianifica di revocare i divieti sulle criptovalute?

Tuttavia gli esperti ritengono che le probabilità che ciò accada siano piuttosto basse, dato che il governo cinese continua a supportare lo sviluppo della sua Central Bank Digital Currency (CBDC) cinese, lo yuan digitale.

Il divieto di mining in Cina ha fallito nel suo intento

Sebbene il governo cinese abbia ufficialmente vietato il mining di Bitcoin nel 2021 – evento al tempo ampiamente riportato da tutti i principali organi d’informazione – la criptovaluta continua ad essere estratta all’interno del territorio cinese.

Daniel Batten, ricercatore presso Bitcoin ESG, spiega che in realtà si è trattato di un divieto meno severo di quanto molti credano: la legislazione proibiva infatti soltanto la creazione di nuove strutture di mining. Conteneva inoltre una semplice “dichiarazione di intenti” secondo cui il crypto-mining dovrebbe essere gradualmente eliminato a causa degli elevati consumi energetici, dei potenziali danni per l’ambiente e dell'associazione con il riciclaggio di denaro.

Non è facile trovare cifre precise in rete, ma le stime suggeriscono che la Cina rappresenti ancora almeno un quinto dell'hashrate globale. Secondo il Center for Alternative Finance dell’Università di Cambridge e i dati del World Population Review, il 21,1% dell’hashrate mondiale proviene proprio dalla Cina.

Di recente Ki Young Ju, founder di CryptoQuant, ha pubblicato un grafico che mostra come i mining pool cinesi potrebbero rappresentare fino al 54% della potenza di calcolo complessiva sul network. 

Secondo i dati di CryptoQuant, i mining pool cinesi controllerebbero oltre metà dell’hashrate globale.

VPN e app di trading

Gli utenti in Cina sono ovviamente consapevoli del divieto di trading, ma trovano modi ingegnosi per aggirarlo senza attirare l'attenzione delle autorità. “La maggior parte dei crypto-trader in Cina non si lamenta perché sa che le cose nel Paese funzionano così,” afferma Lowell.

Oggigiorno sono disponibili canali di trading P2P sia sui social media che sugli exchange di criptovalute, i quali consentono agli utenti di acquistare asset digitali con lo yuan cinese tramite bonifici bancari, WeChat Pay o Alipay.

OKX e Binance sono i due exchange più utilizzati da Lowell, anche se personalmente preferisce il primo. Come si può vedere nell'immagine sottostante, Binance offre scambi P2P in yuan nella regione cinese.

Gli utenti hanno la possibilità di selezionare lo yuan cinese nel mercato P2P di Binance.

Posso accedere a queste due app. Uso un iPhone e posso scaricare queste due applicazioni dallo store di Hong Kong o di altri Paesi,” spiega Lowell, aggiungendo che tali app non sono disponibili sull’App Store cinese.

L’ecosistema Internet cinese è severamente regolamentato dal governo, e pertanto più restrittivo rispetto a quello di altri Paesi. Tale sistema, noto come “Great Firewall,” blocca anche l’accesso a domini popolari come Google e Facebook.

Cointelegraph ha chiesto a un suo contatto in Cina di provare ad accedere agli exchange di criptovalute. Il test ha confermato che gli utenti non possono visualizzare i siti web di Binance e OKX senza utilizzare una VPN, ma stranamente le app per smartphone funzionano anche senza VPN.

Ricerche per il termine “VPN” in Cina nel corso degli anni.

Wayne Zhao, ex-CEO della società di analisi TokenInsight con sede a Pechino, si è trasferito a Singapore per avviare il suo progetto di DeFi “BitU”. Egli spiega che l'uso delle VPN in Cina è ormai una prassi abituale per gli utenti: “Le VPN vengono usate comunemente dalla popolazione per accedere a Google e YouTube, [...] nonché ad alcune piattaforme DeFi.

Al momento il trading P2P sugli exchange rappresenta una zona grigia regolamentare e pertanto vi è il costante rischio di un intervento da parte delle autorità, afferma Joshua Chu, co-presidente della Hong Kong Web3 Association.

Airdrop farming in Cina

Il trading in Cina è limitato alle opzioni P2P, ma questo non è l’unico modo per entrare in possesso di crypto-token.

Lowell racconta di aver tratto grandi profitti dagli airdrop, tra cui 50.000$ dalla campagna ENA di Ethena e 40.000$ da StarkNet. Secondo alcune fonti locali, l’airdrop farming in Cina è quasi diventato un’industria a sé stante.

Il mining di Bitcoin era un tempo accessibile ai privati che estraevano la criptovaluta usando i loro laptop; col tempo si è trasformata in un’industria enorme, con aziende milionarie che oggi investono in costosissime attrezzature professionali. Analogamente, gli airdrop farmer stanno ora investendo in tecnologie e attrezzature avanzate per massimizzare la loro redditività.

Prima del divieto del 2021, la Cina era l’indiscusso leader del settore crypto.

Zhao attribuisce l'aumento degli airdrop all’era del “Move-to-Earn” durante la pandemia, resa popolare da StepN: un progetto basato su Solana che ricompensa gli utenti che effettuano spostamenti con token GST.

Quando la gente ha scoperto che era effettivamente possibile guadagnare con il proprio cellulare… non ci è voluto molto prima che qualcuno iniziasse a farlo con centinaia di smartphone contemporaneamente,” ha spiegato Zhao a Cointelegraph.

Utilizzando dei bot, gli airdrop farmer automatizzano le transazioni sui protocolli emergenti che si ritiene stiano pianificando un futuro airdrop. Ma i protocolli sono consapevoli del fatto che alcuni utenti utilizzano i bot per automatizzare le transazioni e “farmare” gli airdrop, e adottano varie misure per limitare tale abuso.

Gli airdrop farmer si sono quindi fatti ancora più furbi, adottando strategie creative per aggirare i blocchi: alcuni assumono delle persone in carne ed ossa – spesso studenti – per condurre le transazioni on-chain, così da replicare dei comportamenti organici.

Lowell afferma:

“Il mio amico ha guadagnato molto più di me con gli airdrop perché ha assunto degli studenti universitari per effettuare transazioni per suo conto. Io avevo circa 30 o 40 account, il mio amico ne aveva oltre 200.”

Aziende e trader esistono ancora, ma il rischio è costante

Avviare attività legate alle criptovalute in Cina è possibile, ma le autorità potrebbero costringerle alla chiusura in qualsiasi momento. Zhao racconta:

“È già successo a un mio caro amico. Ha ricevuto un avviso che sostanzialmente diceva: ‘Ci dispiace, ma la vostra attività non può più continuare.’ E così è stato, pochi giorni dopo hanno chiuso tutto.”

Le imprese crypto in Cina possono ricevere avvisi di chiusura in qualsiasi momento.

Anche i trader P2P corrono costantemente dei rischi, dato che effettuano transazioni senza alcun intermediario affidabile: acquistano criptovalute in maniera diretta da sconosciuti, senza conoscere le origini degli asset. In altre parole, potrebbero partecipare inconsapevolmente a un’operazione di riciclaggio o persino essere considerati complici di un reato.

Lowell spiega che, a causa di questi rischi, preferisce trattare soltanto con conoscenti. Questo tuttavia limita le sue opzioni:

“Quando vendo ai miei amici, so che non faranno cose illegali e che pertanto non sarà arrestata. Preferisco vendere i miei USDT a persone che conosco… ma non sempre hanno a disposizione tanti soldi, quindi devo necessariamente usare degli exchange.”

La Cina ha grandi piani per la sua CBDC

Winston Ma, professore aggregato di legge presso la New York University, ha dichiarato a Cointelegraph che difficilmente Pechino revocherà i divieti sulle criptovalute, perché vuole puntare tutto sulla sua CBDC.

A luglio, a Pechino si è tenuta la terza sessione plenaria del XX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Durante l’incontro, gli alti funzionari del partito hanno deciso di promuovere il renminbi a livello internazionale, ponendo particolare attenzione sullo yuan digitale. La Cina considera la sua CBDC l’unica valuta digitale legale: l’uso di tutte le altre valute digitali come mezzo di pagamento, Bitcoin incluso, è pertanto illegale.

Tra le grandi economie, lo yuan digitale è una delle CBDC in stato più avanzato.

La banca centrale si muoverà rapidamente, perché la proposta proviene dal Comitato centrale. È l’organo più autorevole in Cina,” afferma Ma. Questa rinnovata spinta della CBDC cinese indica quindi che il governo non è interessato a revocare i divieti sulle crypto.

I trader cinesi non hanno bisogno d’altro

Wayne Zhao ritiene che, sebbene la popolazione cinese continui a fare trading di criptovalute, la domanda per tali asset nel Paese non è poi così elevata. Ha a tal proposito menzionato le pessime prestazioni dei crypto-ETF recentemente lanciati a Hong Kong:

“Abbiamo visto tutti cosa è successo agli ETF di Hong Kong: il volume degli scambi fa schifo. Il motivo è che la maggior parte delle persone in Cina e Hong Kong interessate a comprare BTC o altre criptovalute… lo ha già fatto.”

Va comunque sottolineato che ai cittadini cinesi è vietato l'accesso agli ETF di Hong Kong, a meno che non abbiano un permesso di residenza temporaneo o permanente.

Yohan Yun è un giornalista che si occupa di blockchain sin dal 2017. Ha collaborato con Forkast in qualità di redattore, e si è occupato di coprire il mondo tech asiatico per Bloomberg BNA e Forbes. Trascorre il suo tempo libero cucinando e sperimentando nuove ricette.