Tra i grandi saggi del mondo antico c’era un mistico che gli antichi chiamavano il Maestro dei Maestri, il Gran Grande o il Tre Volte Grandissimo, Ermete Trismegisto. Quest’uomo, ammesso che sia esistito, era l’autore del Corpus Hermeticum, lo scopritore dell’alchimia, il fondatore dell’astrologia e l’antenato della saggezza occulta.
Gli Egizi divinizzarono il Tre Volte Grandissimo come dio della saggezza, Thoth, mentre i Greci riconoscevano l’equivalenza tra Thoth ed Ermes per tramite dell’interpretatio graeca, venerandoli come un’unica divinità.
L’influenza di Ermes sulla filosofia, sul dogma, sulla scienza, sulla matematica e, soprattutto, sulla nostra mappa collettiva del significato, si espande su due millenni e su più culture e religioni di quante probabilmente ne esistano al giorno d’oggi.
Ermes è un personaggio importante per questa storia: non perché i suoi insegnamenti arcani siano correlati con le criptovalute oppure i sistemi e i protocolli decentralizzati (era un profeta, ma non era Satoshi), ma perché uno dei suoi principi fondamentali della realtà — il principio del ritmo — può aiutarci molto nel tracciare le colossali modifiche sociali che stiamo affrontando oggi.
È tempo di riflettere, scrive obiettando Allen Farrington, e rifletteremo. Forse è stata una circostanza infelice, aver avuto bisogno di essere barricati in casa, assediati da un nemico non-morto e invisibile, per mettere finalmente in discussione come abbiamo fatto a causare tutti questi danni, ma almeno lo stiamo finalmente facendo.
Il ritmo compensa
La legge ermetica del ritmo è l’incarnazione della verità per cui ogni cosa cresce e muore. Le oscillazioni del pendolo si manifestano in ogni cosa, e l’oscillazione a destra è equivalente all’oscillazione a sinistra. Questo principio, una volta avutane esperienza, non può essere più ignorato. Si applica a ogni cosa, a ogni livello di analisi. È quasi un frattale nella sua natura e ricorda molto la stupidità umana.
Riflettendo su quale asse dimensionale oscilli il pendolo culturale attuale, una cosa è ovvia anche agli inconsapevoli — il pendolo ha raggiunto l’ampiezza massima*.
Economicamente, eravamo in una fase molto avanzata del ciclo del debito a lungo termine anche prima dello scoppio dell’epidemia da coronavirus. A gettare benzina sul fuoco, la banca centrale della valuta di riserva mondiale, la FED, sembra aver confuso l’inno del West Ham United (“I’m forever blowing bubbles”) con un manuale di policy macroprudenziale.
Siamo sempre più polarizzati culturalmente; il gap tra possidenti e indigenti ha raggiunto livelli mai toccati prima (e peggiora di giorno in giorno). Viene attribuita al leader bolscevico Vladimir Lenin una citazione che dice: “ogni società è a tre pasti dal caos”. Siamo pericolosamente vicini a scoprire se ci fosse un fondo di verità in questa frase.
Siamo sistematicamente instabili, istituzionalmente corrotti, psicologicamente confusi; sembriamo sontuosamente fottut spacciati.
In altre parole da molto tempo attendiamo una correzione, sentiamo dentro di noi quest’esigenza. La legge della compensazione è come sempre in atto. È profondamente inveterata nel nostro subconscio collettivo ed individuale. L’uomo medio non necessita di comprendere le complessità della teoria economica Keynesiana per rendersi conto che “money printer go brrrrr” non può essere la soluzione alla nostra attuale condizione. Il meme è diventato virale per una ragione: tutti sanno che niente nella vita funziona così.
Ora, dobbiamo affrontare le conseguenze. Non possiamo far finta di niente. Il capitalismo è arrivato al suo 1986, e non abbiamo niente di pronto per sostituirlo.
La centralizzazione come qualità
Il noto giornalista H.L. Mencken ha colto nel segno affermando:
"C’è sempre una soluzione semplice ad ogni problema — eccezionale, plausibile e sbagliata."
Ed è proprio quello che stiamo affrontando, non facciamo finta che non sia così.
L’attuale crisi finanziaria non è un'equazione a variabile singola. L’intera moltitudine di eventi che ci ha condotto a questa situazione è impossibile da riassumere in un singolo testo, quindi ci concentreremo su di un singolo pezzo del puzzle, molto caro all’ethos delle criptovalute: la centralizzazione del potere, e la nostra lotta ancora in corso per resistervi.
In Morals and Dogma, il Maestro Massone Albert Pike scrisse:
“Mentre gli Stati liberi accrescono il loro potere, c’è una forte tendenza all’accentramento. Non per un deliberato intento malefico, ma a causa del corso degli eventi e dell’indolenza della natura umana.”
Pike ha ragione, ma l’indolenza è solo metà dell’equazione. L’altra metà è la nostra propensione ad estremizzare le cose. Consideriamo, ad esempio, le due ideologie economiche dominanti del ventesimo secolo: comunismo e capitalismo. Abbiamo portato entrambe alle estreme conseguenze e, in qualche modo, in entrambi i casi ci siamo ritrovati con più centralizzazione, oltre a tutto il resto.
Il comunismo concentrava il potere economico nelle mani del governo, portando alla corruzione, al clientelismo e, infine, alla tirannia. Gli storici potrebbero dibattere e non accordarsi su cosa sia andato storto, ma non è una coincidenza che la parola “centrale” appaia praticamente in ogni testo in materia.
Prigioni Centrali, Dipartimento Penale Centrale, Comitato Esecutivo Centrale, Commissario Centrale del Popolo, Dipartimento Centrale del Lavoro Disciplinare, Sindacato Centrale delle Cooperative dei Consumatori, Ente Centrale di Registrazione Dattiloscopica, e, pensate un po', Struttura Centrale Riproduttiva per i Cani d’Assistenza e da Fiuto.
La nostra versione del capitalismo non è tanto migliore sotto questo aspetto. Ok, forse è una esagerazione: è molto migliore, ma, sotto molti aspetti, è una farsa. I mercati oggi sono liberi finché non stanno precipitando; appena vanno a picco, improvvisamente non abbiamo più bisogno che siano liberi e preghiamo che le banche centrali e i governi centrali intervengano per salvarci dallo stesso calderone che loro hanno creato. Iddio non voglia che tiriamo fuori le palle e affrontiamo la vera determinazione dei prezzi — o la realtà che potrebbe non essercene mai stata una.
Fingendo di lasciar fare alla natura il proprio corso, ci ritroviamo con società e conglomerati con enormi quantità di potere politico e finanziario (supponendo che ci sia una qualche differenza). Questa centralizzazione di denaro e potere in sempre meno mani è così prevalente che sembra quasi una legge della natura. Ad un certo punto, durante il nostro percorso verso la centralizzazione, ci siamo convinti che essa sia uno stato naturale; che sia così che funzionano le cose.
Ma non è così che stanno le cose e, paradossalmente, soprattutto non in natura. Certamente vi sono talune gerarchie di potere e competenza, ma gran parte della natura è decentralizzata. Gli animali che perseguono lo status costruiscono istituzioni e protocolli di consenso resistenti alla collusione o si trovano nella nostra stessa situazione: con disparità senza precedenti di ricchezza e potere. La centralizzazione è principalmente una invenzione umana, una qualità che emerge dalla nostra insaziabile sete di potere e controllo.
Nessuno dovrebbe esserne stupito. La gente è stata conscia della forte attrazione gravitazionale del potere per millenni. Gli scienziati l’hanno studiata nel dettaglio e l’hanno ritrovata praticamente in ogni forma dell’interazione umana.
Nel 1968, ad esempio, il sociologo Robert K. Merton ha studiato il modo in cui agli scienziati venivano riconosciuti i loro successi e ha scoperto che — quasi come fosse una regola non scritta — in lavori comparabili, gli scienziati più anziani ed eminenti si prendevano tutto il merito (citazioni, borse di studio, premi). Ribattezzò questa circostanza L’effetto San Matteo prendendo ispirazione dal seguente verso della Bibbia:
"Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha."
Per economisti e matematici, queste tipologie di leggi di potenza che ricorrono nelle distribuzioni delle probabilità sono anche denominate distribuzioni paretiane, dal nome dell’economista Vilfredo Pareto, che per primo osservò come l’80% della terra in Italia apparteneva a circa il 20% della popolazione (principio 80/20).
A prescindere dalla denominazione, il principio fondante rimane il medesimo: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri diventano sempre più poveri. La relazione che intercorre tra centralizzazione, distribuzioni paretiane ed effetto San Matteo è un loop causale: ognuna è simultaneamente causa ed effetto dell’altra, e viceversa.
Dobbiamo spezzare questo loop. L’effetto San Matteo e le distribuzioni paretiane non sono immutabili leggi della natura ma semplicemente osservazioni. Osservazioni certamente molto significative ma indubbiamente solo osservazioni. La centralizzazione, dunque, non deve essere necessariamente il nostro destino. Non abbiamo conoscenza diretta di una società realmente decentralizzata: ma se abbiamo imparato qualcosa dalla storia dal 1917 in poi, sappiamo perfettamente come si evolve una struttura centralizzata.
Abbattere la Torre di Babele
Le blockchain potrebbero far sembrare la decentralizzazione un fenomeno avanguardistico, ma il concetto non è nuovo. Riferimenti al problema della centralizzazione possono essere rinvenuti in opere antiche quanto la Bibbia. Infatti, potremmo dire che l’interessante storia della Torre di Babele abbia maggiormente a che fare con la decentralizzazione che con l’origine delle diverse lingue.
Dopo il diluvio universale, Noè discese dall’Arca e Dio gli ordinò: “siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra”. Diverse generazioni più tardi, la famiglia di Noè si era stabilita in un unico luogo e, cercando di “acquistare fama” iniziò a costruire l’edificio degli edifici: la Torre di Babele. Dio, ovviamente, non era d’accordo; aveva ordinato all’umanità di decentralizzare e “riempire la terra”, mentre l’umanità gli aveva disobbedito facendo esattamente l’opposto. Dio decise dunque di punirli, disperdendo le genti in tutto il mondo e confondendo i loro linguaggi, così che non potessero comprendersi vicendevolmente.
Nel diciannovesimo secolo, ispirato dagli insegnamenti biblici, il politico e teologo cattolico Wilhelm Emmanuel von Ketteler postulò un principio di organizzazione sociale che avrebbe avuto grande eco: il principio di sussidiarietà. Secondo questo principio, ogni problema sociale e politico dovrebbe essere affrontato dall’autorità in grado di risolverlo a livello meno centralizzato possibile. Questo principio incarna l'essenza della decentralizzazione
Nel suo La Democrazia in America, Alexis de Tocqueville scrisse:
"La decentralizzazione non ha valore solo dal punto di vista amministrativo, ma possiede anche una dimensione civica, nel senso che aumenta le opportunità per i cittadini di occuparsi della cosa pubblica; li abitua ad utilizzare la libertà."
In pratica, la centralizzazione narcotizza tutti gli afflati di responsabilità ed indipendenza e spinge alla noia e all’indolenza. Deruba gli individui della necessità vitale di sentirsi responsabili delle proprie azioni. Trasforma gli individui in merci, da utilizzare per il fine del “progresso” tecnologico ed economico, a danno della responsabilità civica.
Decentralizzare, d’altro canto, significa scardinare deliberatamente le istituzioni per andare incontro ai bisogni della gente piuttosto che a quelli di chi controlla le istituzioni. In un ambiente maggiormente decentralizzato, noi controlliamo i beni che migliorano la nostra esistenza.
Nelle criptovalute, ciò viene riassunto nel motto "se non possiedi le chiavi, non possiedi le monete". Possedere le chiavi del proprio wallet di criptovalute è la quintessenza del principio di sussidiarietà. Riassume tutto ciò che la decentralizzazione rappresenta in un singolo, puro, atto di sfida.
Se possiamo imparare qualcosa dalla nostra fallace implementazione delle ideologie economiche gemelle del ventesimo secolo, è che dobbiamo apprendere come creare pacificamente istituzioni nazionali e sociali maggiormente decentralizzate, resistenti e immuni alla collusione.
Per combattere la legge ferrea dell’oligarchia dobbiamo costruire istituzioni che non vi soccombano.
È qui che entrano in gioco le criptovalute. Bitcoin, sin dalla sua ideazione, rappresenta tutto ciò che possiamo desiderare di ricevere da parte di una istituzione che batte moneta.
Bitcoin si oppone alla legge ferrea dell’oligarchia perché ha basse barriere all’entrata e richiede molta “skin in the game”. Qualora un singolo ottenesse il controllo del 51% della rete (dittatura della maggioranza), la struttura di incentivi intrinseca al protocollo spingerebbe il singolo a perseguire gli obiettivi dell’istituzione piuttosto che a sabotarli (resistenza alla collusione).
Essendo una istituzione monetaria democratica, Bitcoin promuove gli stessi valori che noi vorremmo vedere promossi dalla nostra società: sicurezza, stabilità e prevedibilità piuttosto che profitti rapidi ed “efficienza”; trasparenza piuttosto che segretezza; responsabilità personale piuttosto che indolenza e noncuranza; prudenza (accumulare satoshi) piuttosto che irresponsabilità finanziaria; e, infine, sussidiarietà e responsabilità piuttosto che dipendenza dalle autorità centrali.
Il protocollo di Bitcoin è emblematico di come si possano costruire istituzioni resistenti e immuni alla collusione. Applicare questi principi al denaro non è stato facile, e la strada da percorrere è ancora lunga, ma è il momento di cominciare ad implementare queste caratteristiche in tutte le altre istituzioni sociali e nazionali.
Ciò che cerchiamo è l’aurea mediocritas
La decentralizzazione non è una soluzione fatta e finita, e può risolvere solo alcuni dei nostri problemi. Dobbiamo inoltre essere coscienti che la decentralizzazione è foriera di patologie come ogni altro principio di organizzazione sociale, quando portato alle sue estreme conseguenze.
Essa non rappresenta la cura per la nostra innata propensione a estremizzare. È semplicemente un bilanciamento della forza di attrazione gravitazionale esercitata dal potere, e speriamo che possa bloccare il loop causale che essa crea.
Ciò che cerchiamo, dunque, è l’aurea mediocritas: la dimensione ottimale per la costruzione della gerarchia. In una fase di perestroika del capitalismo, questo sarà il principale punto di dibattito.
I postmodernisti inquadreranno questa battaglia nel contesto della lotta tra popolo ed élite — tra oppressori ed oppressi — ma ciò che davvero vedremo sarà una battaglia tra centralizzatori e decentralizzatori. Tra persone che, come osservava Röpke, sono attratte dall’idea di gestire gli esseri umani nel loro complesso, e persone che si curano del destino degli individui, con i loro bisogni e le loro preoccupazioni.
Una battaglia tra libertà, autonomia e responsabilità da un lato, e le comodità della dipendenza dall’altra; tra basi economiche solide e resistenti e l’espansione insensata alimentata dal debito.
Capitalismo e comunismo hanno molto in comune, ben oltre i loro “ismi”. Entrambi ci hanno condotto a questo momento storico, in cui il potere economico centralizzato, insieme a clientelismo e corruzione, hanno strappato la sovranità alla maggioranza.
Nel 1986, il comunismo cadde in Russia. Nel 2020, il capitalismo sta cadendo in America.
*Nota dell’editor: Questo articolo è stato scritto prima della morte di George Floyd e dei successivi disordini che tale evento ha scatenato negli Stati Uniti.