Università tedesca: gli smart contract non infrangono il diritto contrattuale tradizionale

Secondo una relazione riportata in un post dell'Università di Legge di Oxford, gli smart contract basati su tecnologia blockchain sarebbero senza dubbio soggetti al diritto internazionale privato.

Giesela Rühl, professoressa di diritto internazionale privato e codirettrice del Centro di Studi Europei della Friedrich Schiller University di Jena, in Germania, ha intitolato la sua analisi “The Law Applicable to Smart Contracts, or Much Ado About Nothing?” (La legge applicabile agli smart contract, o molto rumore per nulla?). Come suggerisce il titolo, la relazione sostiene che il presunto attrito tra i contratti intelligenti e le leggi già esistenti non sia poi così enorme come si potrebbe pensare.

La professoressa Rühl apre la sua tesi osservando che:

"Le iniziali speranze che i contratti intelligenti liberino lo scambio di beni e servizi dalle leggi nazionali non sembrano avverarsi. In effetti, le classiche questioni del diritto contrattuale sorgono anche quando le parti stipulano un contratto intelligente. E proprio come tutti gli altri contratti, i contratti intelligenti richiedono una risposta da parte della legge. La vera domanda, quindi, non è 'se' i contratti intelligenti siano soggetti alla legge, ma piuttosto a 'quale' legge".

La professoressa Rühl si è concentrata sul contesto europeo, sostenendo che "ci possono essere pochi dubbi" sul fatto che la norma fondamentale dell'UE per gli obblighi contrattuali civili e commerciali - il Regolamento Roma I del 2008 - si applichi effettivamente anche ai contratti intelligenti.

Tuttavia, ha specificato un'importante distinzione: il Roma I si applica alle obbligazioni contrattuali in senso giuridico, e quindi non si applica al contratto intelligente in sé e per sé.

Poiché i contratti intelligenti sono solitamente "solo un pezzo di codice o un programma che controlla, monitora o documenta l'esecuzione di un contratto che è stato concluso altrove", Rühl sostiene che il Roma I si applichi quindi al contratto agevolato dal codice.

Solo nei casi in cui il contratto intelligente stesso è programmato specificatamente per essere legalmente vincolante - come per esempio quando "il contratto è completamente ed esclusivamente incorporato nel codice del software" o quando il software è utilizzato per la conclusione effettiva del contratto - il Roma I si applicherebbe direttamente allo smart contract stesso.

La professoressa di legge ha fatto inoltre riferimento ad una parte chiave del Regolamento Roma I: il principio dell'autonomia delle parti. Questo principio, spiega, consente alle parti - indipendentemente dalle loro connessioni territoriali o nazionali - di presentare il loro contratto ad una legge a loro scelta.

Secondo la Dott.sa Rühl, questo principio può offrire "la certezza giuridica necessaria" ai contratti intelligenti, dato che funzionano in un contesto digitale e spesso decentralizzato.

Le tesi della professoressa Rühl sono in linea con le osservazioni degli esperti sull'altra sponda dell'Atlantico. Qualche mese fa, il commissario della Commodity Futures Trading Commission (CFTC) degli Stati Uniti Brian Quintenz ha criticato il noto proverbio "il codice è legge" sostendendo che anche se i contratti intelligenti possono complicare i quadri normativi esistenti e la questione delle responsabilità, essi sono comunque soggetti a regolamenti e precedenti legali già esistenti.