Al momento l’aliquota dell’imposta sostitutiva per le plusvalenze sulle criptovalute in Italia è al 12,5% e non al 26%, contrariamente a quanto indicato da alcuni modelli dell'Agenzia delle Entrate. Questa confusione normativa si deve a un disallineamento tra diverse leggi e decreti.
In un articolo recentemente pubblicato su Il Sole 24 Ore, Stefano Capaccioli – dottore commercialista e fondatore di Coinlex – ha dimostrato come, a causa di una normativa fiscale italiana confusa e in continua evoluzione, i crypto-investitori sono stati costretti a pagare tasse più alte rispetto a quanto effettivamente richiesto dalla legge.
L’autore esamina innanzitutto l’Articolo 67 del TUIR, che include varie categorie di redditi tra cui le plusvalenze. Il sistema di tassazione è normato dall’Articolo 5 del decreto legislativo 21 novembre 1997, n. 461, che stabilisce un'imposta sostitutiva delle imposte sui redditi con un'aliquota del 12,5%.
Tale aliquota è stata poi aumentata al 20% nel 2011 (decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138) e al 26% nel 2014 (decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66).
Nel 2022 (legge 27 dicembre 2022, n. 197) è stata applicata una modifica all’Articolo 67 del TUIR, introducendo una nuova categoria di reddito relativa alle criptoattività:
“c-sexies) le plusvalenze e gli altri proventi realizzati mediante rimborso o cessione a titolo oneroso, permuta o detenzione di cripto-attività, comunque denominate, non inferiori complessivamente a 2.000 euro nel periodo d’imposta.”
Ma le precedenti riforme, che avevano portato ad un aumento dell'aliquota al 20% e successivamente al 26% per alcune categorie di redditi, non si applicano alla lettera c-sexies, che riguarda specificamente le criptoattività.
Dunque, l'aliquota applicabile per la tassazione delle plusvalenze da criptoattività rimane al 12,5%, contrariamente alle più recenti indicazioni dell'Agenzia delle Entrate.
Fino a che la legge non sarà modificata, l’aliquota dell’imposta sostitutiva per le plusvalenze sulle criptovalute rimane al 12,5%. Fonte: Il Sole 24 Ore
Tuttavia, attualmente il software dell’Agenzia delle Entrate costringe a versare il 26%. Capaccioli consiglia ai crypto-investitori di richiedere un rimborso per la parte eccedente, pari al 13,5% dell'imposta versata in eccesso.