I 600 dispositivi per il mining rubati in Islanda potrebbero trovarsi in Cina

Stando a quanto riportato in data 5 maggio dal portale d'informazione RUV, le macchine per il mining rubate in Islanda potrebbero trovarsi in Cina. La polizia islandese afferma di aver richiesto maggiori informazioni alle autorità cinesi, in seguito alla notizia del sequestro nella città di Tianjin di circa 600 dispositivi utilizzati per il mining di BTC.

Il numero di macchine confiscate corrisponde esattamente a quello dei dispositivi rubati tra dicembre e gennaio in tre rapine a svariati centri dati con sede in Islanda. A febbraio la polizia locale ha identificato e arrestato due sospettati: uno di loro ha ricevuto un mandato d'arresto internazionale, dopo essere fuggito da una prigione islandese ed essersi nascosto in Svezia.

L'equipaggiamento scomparso non è ancora stato trovato: si stima che il valore complessivo sia di circa 200 milioni di krónur, attorno ai 2 milioni di dollari. Da ormai parecchie settimane la polizia islandese sorveglia i consumi energetici locali alla ricerca di incrementi anomali, ma senza successo.

Nel caso di Tianjin, è stato proprio un utilizzo irregolare di elettricità ad aver attirato l'attenzione delle società energetiche locali, che hanno immediatamente contattato le autorità.

Secondo quanto riportato da RUV, la polizia cinese non avrebbe ancora risposto alla richiesta islandese.

Grazie al suo clima freddo e l'ampio accesso alle energie rinnovabili, l'Islanda è una delle mete più ambite per i miner di criptovalute. Numerose fonti locali prevedono infatti un massiccio incremento dei consumi energetici da parte delle attività di mining, che quest'anno utilizzeranno più elettricità dei 340.000 residenti del paese.

Fortunatamente l'accesso a centrali idroelettriche e geotermiche rende il mining in Islanda decisamente più sostenibile sotto il profilo ambientale rispetto alla Cina, dove ancora oggi gran parte dell'elettricità viene prodotta attraverso la combustione di carbone.