Il regime di Nicolás Maduro continua ad aggrapparsi alle crypto pur di mantenere la solvibilità economica. 

Con un post su Instagram, una brigata di ingegneri dell'esercito venezuelano ha inaugurato il nuovo "Centro di produzione di asset digitali dell'esercito bolivariano del Venezuela". Come mostra il video, il centro ospita varie attrezzature ASIC per il mining, utilizzate per gli algoritmi di Proof-of-Work. 

Il generale Lenin Herrera ha presentato la nuova operazione: l'obiettivo dichiarato è "il rafforzamento e l'autosostentamento delle nostre unità nell'Esercito Bolivariano", aggiungendo in seguito che questi mining center genereranno "fonti di reddito non censurabili", essendo un'alternativa al "sistema di fiducia bloccato e controllato dagli interessi colonialisti". In questo caso è palese il riferimento agli Stati Uniti, un Paese che ha comminato sanzioni contro molti membri del regime di Maduro. 

A fronte del crollo dei prezzi del petrolio e delle turbolenze politiche anche precedenti alla pandemia di COVID-19, negli ultimi mesi il Venezuela sta affrontando un tasso di inflazione drammatico.

Come riferito da Cointelegraph a settembre, Maduro ha proposto una "Legge Anti-Blocchi", un organo legale che propone di utilizzare le crypto per eludere le sanzioni e accedere a denaro inviato dagli alleati internazionali. 

Non è la prima volta che il governo di Maduro si interessa alle criptovalute: recentemente è stata infatti lanciata la crypto di Stato, il Petro, che però finora ha avuto scarso successo. 

D'altro canto anche l'esercito statunitense sta osservando da vicino le attività crypto del Venezuela. Recentemente, l'ammiraglio Craig Stephen Faller ha parlato dell’uso delle criptovalute da parte di Maduro ed è arrivato a collegarle con il traffico di droga e il finanziamento del terrorismo, aggiungendo che le forze armate stavano tenendo d'occhio tutte queste operazioni.