Secondo un'indagine di RunRun.es, il Venezuela intenderebbe pagare una quota sempre maggiore delle proprie importazioni in Bitcoin, in modo da aggirare le sanzioni finanziarie imposte dagli Stati Uniti.
RunRun.es, fondata dal giornalista investigativo venezuelano Nelson Bocaranda, ha citato fonti anonime della banca centrale del Paese secondo le quali "i pagamenti ad aziende di Paesi alleati come l'Iran e la Turchia sono stati effettuati utilizzando Bitcoin".
Non è chiaro in cosa consistano queste importazioni; tuttavia, la Turchia e l'Iran attualmente forniscono al Venezuela cibo e carburante in cambio di oro.
Sin dal lancio del 2018, il governo del presidente venezuelano Nicolás Maduro ha promosso il "Petro", la propria criptovaluta ancorata al petrolio ed emessa dallo Stato, come mezzo di scambio sia a livello internazionale che nazionale.
Tuttavia, la scarsa adozione del Petro ha costretto il regime ad utilizzare altre crypto, tra cui Bitcoin ed Ethereum.
Maduro ha iniziato a parlare pubblicamente di Bitcoin e di altre crypto come mezzo per aggirare le sanzioni a partire da settembre, proclamando che la sua amministrazione avrebbe presto "utilizzato tutte le criptovalute del mondo, che siano pubbliche, statali o private, per il commercio interno ed esterno".
L'8 ottobre, l'Assemblea Nazionale del Venezuela ha approvato la Legge Anti-Blocco, concedendo ulteriori poteri esecutivi per aggirare le sanzioni imposte al Paese, compresa l'autorizzazione alla creazione o all'uso di qualsiasi crypto come strumento monetario.
Il governo venezuelano ha istituito a novembre il suo “Digital Assets Production Center”, struttura che si suppone venga utilizzata per minare Bitcoin, poiché il Paese ha aumentato la sua dipendenza dalle criptovalute.
Inoltre, la scorsa settimana il governo venezuelano ha lanciato il proprio exchange, con la collaborazione della National Cryptoactive Superintendency, per consentire ai cittadini di scambiare Bolivar con Bitcoin.
Anche l'Iran ha approvato una legge che consente di usare Bitcoin per pagare le importazioni, nel tentativo di ridurre la pressione sulla già fragile economia del Paese.